PICCOLI NEGOZI E COVID-19: UNO TSUNAMI O UN’OPPORTUNITÀ?

 

 

In questo periodo sentiamo sempre spesso più parlare di negozi di quartiere, nascono ogni giorno iniziative per agevolare i servizi di consegna e venire incontro al loro bisogno di visibilità online.

 È innegabile l’importante servizio che alcuni di loro stanno svolgendo nell’assicurare la spesa alle famiglie, supplendo in molti casi ad una GDO suo malgrado ormai arrivata ad un punto di saturazione sui punti vendita e sull’e-commerce. Ora, al di là della retorica che vede opposti negozi/GDO che non serve a nulla se non a creare alibi inutili ai negozianti, proviamo a capire bene qual è lo scenario che si sta delineando e come i piccoli negozi possano prendervi posto. 

La situazione delle varie attività è variegata, ogni negozio si è organizzato in modo autonomo per rispettare i decreti con gli strumenti a sua disposizione.  A questo proposito purtroppo devo segnalare molta confusione, seguo molti negozi piccoli e tra i vari casi mi sono imbattuta in attività (nello specifico un negozio di cosmesi) che hanno bloccato le vendite online per per un’errata interpretazione del decreto del 22 marzo. Ecco, mi raccomando, se ci sono dei dubbi, prima di prendere decisioni importanti bisogna parlare col commercialista di fiducia o andarsi a leggere le FAQ del sito di Confcommercio, ecco il link FAQ DECRETI COVID.

Quindi volendo semplificare abbiamo 3 grandi gruppi: negozi che non possono stare aperti al pubblico, come l’abbigliamento, e che si stanno organizzando per attivare l’e-commerce, quelli che hanno potuto optare per una via di mezzo, in orari e giorni delimitati stanno aperti, in altri stanno chiusi e si occupano delle consegne a domicilio e dell’e-commerce, infine ci ci sono i negozi di alimentari che stanno lavorando più del solito sia sul punto vendita che con le consegne a domicilio e si sono organizzati come meglio possono. Tutto ciò facendo i conti con affitto, mutui, costi fissi, gestione dei collaboratori, pagamento delle tasse che rendono la situazione ancora più stressante appesantita anche dallo sforzo di decodificare i provvedimenti che man mano lo Stato sta emanando.

SITUAZIONE PRE COVID

Questa situazione d’emergenza ha messo sale sulle ferite di un settore che era già crisi prima dell’epidemia. Confcommercio aveva pubblicato a febbraio 2020 uno studio su 120 città italiane che evidenziava come negli ultimi 10 anni in Italia hanno chiuso ben 70.000 negozi, soprattutto nei centri storici, -12% sul totale, ecco il link CONFCOMMERCIO CHIUSURA NEGOZI.

Al di là delle problematiche legate alla necessità di una riforma fiscale e creditizia, mi voglio concentrare su quanto di mia competenza, ovvero su quali siano le motivazioni, fronte negozi, che hanno portato nel tempo alla difficile situazione attuale:

  • La scarsa cultura imprenditoriale di molti negozianti
  • Una pigrizia mentale e lentezza nell’allinearsi alle evoluzioni del mercato
  • Tendenza a lavorare isolati quindi a non avere una visione comune

COSA È NECESSARIO PER SOPRAVVIVERE

Questa emergenza dunque premerà un tasto reset che rischia di operare una selezione darwiniana delle attività, espellendo dal mercato quelle più deboli.

 Cosa possono fare da subito i piccoli negozi per avere più possibilità di farcela?

Per prima cosa mutare atteggiamento e considerare il Covid non come l’ulteriore problema enorme da affrontare ma come l’acceleratore di una serie di cambiamenti che prima erano fortemente consigliati e oggi sono necessari alla sopravvivenza. 

Sono 5 le aree su cui inizierei a concentrarmi da subito:

  • Integrare man mano la tecnologia nelle operatività in modo da semplificare il lavoro e risparmiare tempo da dedicare all’attività più importante per un negozio fisico: la relazione col cliente. 
  • Attivare/migliorare il servizio, che si tratti del servizio di consegna, della vendita online o di altro. Il servizio è quello che sta facendo la differenza in queste settimane e continuerà a farla in futuro.
  • Lavorare sulla selezione dei fornitori su due fronti: avere un una riserva, un backup di fornitori per ovviare alle difficoltà logistiche e ridurre la dipendenza da quelli esteri.  Fare ricerca di nuovi fornitori che possano rendere la selezione più interessante con categorie che oggi e in futuro saranno rilevanti per la clientela.
  • Fidelizzare i clienti, in questa fase storica in cui le persone hanno bisogno di rassicurazioni e tengono alto il livello di attenzione sui comportamenti delle aziende, un dettaglio, una cura in più, possono veramente fare la differenza e rafforzare la relazione.
  • Lavorare sui contenuti, soprattutto quei negozi che hanno dovuto rallentare il lavoro, il negoziante si deve riprendere il ruolo di esperto, colui che sa tanto del suo settore e quindi aumentare la conoscenza in questo senso, chi ha meno lavoro ne approfitti per formarsi.

CHE RISCHI SI CORRONO

Qual è il rischio di non fare tutto ciò? Per negozi in “under di lavoro” quello di ritrovarsi smarriti e senza strumenti in un mondo che nel frattempo ha cambiato le proprie abitudini di acquisto. Per i “negozi in over di lavoro”, come quelli del food, il ritrovarsi stanchi per le settimane di stress continuo e di non avere quella lucidità e lungimiranza per capire come monetizzare lo sforzo fatto e dotarsi degli strumenti per sopravvivere e prosperare sul lungo periodo.

Facile? No certamente ma è necessario cominciare a farlo, e sono certa che la tendenza di queste settimane alla cooperazione possa essere da stimolo per i negozianti a cercare soluzioni che li facciano ritrovare un orgoglio di ruolo, una visione comune, e non un atteggiamento passivi in cui ognuno si sente abbandonato ad un destino ineluttabile e speciale. L’orgoglio di un ruolo molto importante: quello di mantenere insieme il tessuto sociale dei nostri quartieri, tanto importante per tutelare la fasce più fragili della popolazione. 

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